1) È la sua prima esperienza da allenatore: come si sta trovando?
«Sì, è la mia prima esperienza da allenatore e devo dire che è davvero molto intensa e stimolante, soprattutto con un gruppo così bello.
Da questo lato del campo la visione cambia completamente rispetto a quando si gioca: cambiano le responsabilità, il modo di leggere la partita e anche l’approccio con il gruppo.
Proprio per questo la vivo con entusiasmo, come una sfida personale che mi sta facendo crescere di settimana in settimana.»
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2) La Pegasus ha avuto un cambiamento nella composizione della squadra. Come vede le prospettive?
«Quest’anno ci siamo rinnovati molto: abbiamo nuovi innesti e l’età media si è abbassata parecchio.
Alcuni ragazzi si stanno affacciando ora al mondo della pallavolo, e il più giovane ha solo 16 anni.
C’è tanta freschezza, tanto entusiasmo e soprattutto un grande margine di crescita. È un gruppo nuovo che sta ancora cercando di trovare una propria identità di gioco, è normale dover stabilizzare gli schemi e costruire un’identità comune.
Ma le prospettive sono ottime: c’è una buona base su cui lavorare e, quando troveremo l’equilibrio giusto, potremo toglierci sicuramente delle belle soddisfazioni.»
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3) Qual è l’importanza delle squadre LGBTQI+ in una provincia come Bergamo?
«La pallavolo, rispetto ad altri sport, è un ambiente più aperto e questo permette a tanti giocatori e a molte persone della comunità LGBTQ+ di trovare spazi di accoglienza e di libertà che fuori dal campo, nella vita quotidiana, non sempre riescono a vivere.
In questo contesto, avere una squadra come la nostra ha un valore ancora più forte.
La nostra società porta con orgoglio i colori e i temi LGBTQ+ sul petto: non è solo uno statement, è un modo per dire “ci siamo e siamo visibili”.
Questo aiuta chi ci guarda, chi è alla ricerca di un proprio spazio o di un’identità serena, a sentirsi rappresentato e non più solo.
Quando scendiamo in campo, non portiamo solo un nome o una maglia: portiamo un messaggio di inclusione, di accettazione e di orgoglio ‘ Noi ci siamo’.
Ed è bello sapere che la nostra realtà può essere un punto di riferimento per chi, attraverso lo sport, cerca un luogo dove sentirsi accettato.»